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Appropriazione beni aziendali “in chiaro”

Appropriazione beni aziendali “in chiaro”

                                                                                                beni_aziendali

Se l’appropriazione di beni aziendali è di modesta entità e viene fatta alla luce del sole, il licenziamento può apparire sproporzionato. Così la Corte di Cassazione in sentenza nr.14575 del 15 luglio scorso, Una dipendente di un magazzino era stata licenziata per giusta causa essendosi appropriata di alcuni panini e bevanda. Impugnato il licenziamento, la Corte d’appello pronunciandosi sul gravame osservava che osservava che il comportamento era stato accertato e non contestato e che un teste aveva visto le confezioni dei beni alimentari, unico strumento utile per pagare alla cassa (anche per i dipendenti che dovevano chiedere l'autorizzazione preventiva al prelievo di beni) occultate nel cestino, il che provava l’intenzionalità e la preordinazione della lavoratrice. Il comportamento era ritenuto quindi molto grave, preordinato, né valeva a renderlo meno grave l'episodicità della condotta ed il modesto valore dei beni. Alla conferma del licenziamento seguiva il ricorso per Cassazione della lavoratrice. Secondo il motivo di ricorso, non sussisteva l'elemento frodatorio valorizzato in sentenza; non vi era stato alcun occultamento dei beni di cui si parla in sentenza, tutto si era svolto alla luce del sole come da contestazione effettuata; tutti i presenti avevano potuto vedere la lavoratrice mentre mangiava e beveva; inoltre i beni sottratti erano di modestissimo valore e la lavoratrice non aveva subito sanzioni disciplinari (per ben 14 anni). Non sussisteva alcuna proporzionalità tra i fatti addebitati e la sanzione irrogata; si trattava solo di una violazione del regolamento aziendale.
Ha quindi osservato la suprema Corte che non si contesta la materialità dei fatti e cioè l'avvenuto impossessamento di alcuni prodotti aziendali di modesto (se non modestissimo) valore che sono stati consumati dalla lavoratrice all'interno del posto di lavoro, ma la loro idoneità dal punto di vista soggettivo e dell'intensità e volontarietà della condotta tenuta dalla lavoratrice a rompere il rapporto fiduciario tra le parti, ai fini dell'applicabilità dell'art. 2119 c.c. In realtà sul punto la decisione impugnata in buona sostanza si limita a richiamare le circostanze relative all'appropriazione dei beni aziendali ed al consumo degli stessi che tuttavia emerge essere stati effettuati alla vista di tutti, senza alcuna cautela frodatoria che apparirebbe in realtà esclusa proprio dalle dinamiche del fatto come riportate in sentenza. Dallo stesso provvedimento impugnato emerge che non era in via assoluta proibito ai dipendenti di appropriarsi di beni aziendali ma che occorreva un'autorizzazione preventiva, elemento che però, vista l'entità economica dei beni in questione, andava valutata con attenzione riguardo il profilo soggettivo della condotta posta in essere. La sentenza impugnata insiste moltissimo sulla circostanza per cui la lavoratrice aveva gettato in un cestino le confezioni dei beni ( il che comproverebbe l'intenzione di non pagarli) ma visto che la vicenda nel suo complesso è avvenuta alla luce del sole questo gesto di per sé non dimostra che si tratti un comportamento particolarmente grave sotto il profilo della intenzionalità e dolosità della condotta visto che tale atto di liberarsi delle confezioni non emerge essere stato commesso con il fine di nascondere l'appropriazione. Pertanto manca un accertamento specifico sotto il profilo soggettivo già ricordato, essenziale per ritenere che il fatto contestato possa essere qualificato di tale gravità da rompere il rapporto fiduciario tra le parti. Cassata quindi la sentenza con rinvio ad un nuovo esame d’appello.

Renzo La Costa